giovedì 6 marzo 2014

Perché fare oggi quello che si può fare domani?

Procrastinare: rimandare a domani con lo scopo di temporeggiare o, addirittura, di non fare ciò che si dovrebbe.”
Quanti di noi hanno sperimentato questa tendenza a rimandare nel tempo, o a non eseguire  affatto, una qualsiasi azione, anche se  svolgerla sarebbe nel nostro interesse? Così ci si ritrova, ad esempio, a rimandare l’inizio di un lavoro di giorno in giorno, fino ad arrivare al momento in cui ci si accorge di non avere più il tempo per svolgerlo. Che cosa ci spinge a rimandare l’inizio o la conclusione di qualcosa che sarebbe invece utile per noi fare o concludere? La procrastinazione comporta la perdita del tempo a disposizione e il rimandare l’azione all’ultimo momento, oppure determina il mancato compimento dell’azione stessa. Nella maggior parte dei casi non si tratta di un vero e proprio disturbo, ma di episodi sporadici che possono capitare a tutti.
Ogni forma di procrastinazione può essere superata, per prima cosa occorre chiedersi se compiere una determinata azione è nel proprio interesse, se i benefici a lungo termine saranno più numerosi rispetto a quelli che avremmo, nel breve termine, non compiendo l’azione, in secondo luogo sarà necessario progettare nei minimi dettagli il piano d’azione ed attenersi ad esso iniziando subito, è importante stabilire obiettivi e piano d’azione ragionevoli!!
La procrastinazione potrebbe essere dovuta a una cattiva gestione del tempo a disposizione, lavorare/studiare, ad esempio, fino a tarda ora o nei weekend comporterà, nostro malgrado, che il nostro cervello si prenderà delle pause creando un circolo vizioso in cui più si lavora e più il lavoro si accumula: proprio nei periodi di lavoro più intensi, infatti, ci troviamo a vagare tra social network e siti internet.

Come combattere la procrastinazione?
1.      Smettere di pensare e…agire! Pianificare le attività da svolgere e iniziare a farle, subito!
2.      Concentrarsi sul primo passo senza pensare al gran carico di lavoro che ci aspetta….concentrarsi sul presente, una volta fatto il primo passo tutto scorrerà più facilmente.
3.      Affrontare prima le cose più difficili…renderà il resto del lavoro molto più leggero! Ogni volta che agisci, ogni volta che prendi una decisione migliori la tua autostima.
4.      Fissare degli obiettivi modesti, se, per esempio, uno dei tuoi obiettivi è quello di migliorare la tua forma fisica, puoi iniziare con il dedicare una ventina di minuti al giorno alla cyclette in casa e, quando questa sarà diventata un’abitudine, aumentare con gradualità il tempo da dedicare agli esercizi.
5.      Non aspettare di “essere dell’umore giusto” per affrontare un compito noioso o sgradevole: fallo anche se non hai voglia!
6.      Associare qualcosa di piacevole ad un compito noioso lo renderà meno pesante: se per esempio sei pigro e non ami fare attività fisica, ma adori la musica, fare attività fisica ascoltando la tua musica preferita renderà il compito più piacevole.
7.      Stabilire dei giorni o degli orari fissi per fare le cose che si ha la tendenza a rimandare è un ottimo aiuto per farla diventare una abitudine.
8.      Non pensare “non ce la farò mai!”, avere dubbi sulle proprie potenzialità interferisce sulla capacità di svolgere il compito. E’ fondamentale non dare spazio ai pensieri negativi, ma ripetersi affermazioni positive e realistiche.

Molti procrastinatori evitano di prendere decisioni o di impegnarsi in qualcosa perché non sanno ancora che cosa vogliono dalla vita…è importante sottolineare che le proprie capacità e potenzialità si sviluppano solo ed esclusivamente impegnandosi in qualcosa, mettendosi alla prova e facendo esperienza!



 




giovedì 13 febbraio 2014

Il Disturbo da Attacco di Panico_ DAP

Il disturbo da attacchi di panico definito più brevemente DAP è caratterizzato, in un periodo di tempo, da numerosi episodi di ansia acuta, definita, appunto, panico.     In un intervallo di tempo molto breve, da qualche minuto ad un’ora al massimo, la persona sperimenta una sensazione molto intensa e traumatizzante di paura psicologica e fisica. Affinchè si tratti di panico, l’ansia deve avere un’insorgenza inaspettata: mentre stiamo guidando, riposando, guardando un film o cenando con gli amici, all’improvviso, senza nessun preavviso, sperimentiamo un fortissimo e incontrollabile senso di paura, di svenimento o addirittura di morte. A questa sensazione psicologica si associano una serie di “sintomi” fisici: il cuore che batte molto forte, il respiro affannoso, mani e piedi gelati, nausea, vertigini, tremori, senso di svenimento, sensazione di non sentire il proprio corpo,… . Si è completamente paralizzati dalla paura che ci stia accadendo qualcosa di grave, di mortale. Al primo attacco di panico ne può seguire un altro a breve distanza di tempo, con le stesse caratteristiche, oppure può esserci una pausa di giorni, settimane o mesi.
Dopo il primo attacco di panico quasi inevitabilmente si manifestano una serie di disturbi, definiti “effetti collaterali”  del panico che comportano una modificazione dello stile di vita e che bene o male sperimentano tutti i “panicosi”:
  • L’ansia anticipatoria: “la paura di avere paura”, si presenta come un senso continuo di disagio che la persona vive nel timore che si scateni un nuovo attacco di panico. L’imprevedibilità di un nuovo episodio porta a cercare in ogni modo di evitare  il rischio che si ripeta, e allora si cercherà di ricordare, ad esempio, cosa si fosse mangiato o bevuto, dove si fosse, cosa si stesse facendo prima dell’attacco…si continua a razionalizzare perché non si riesce a capire; si iniziano ad evitare luoghi e situazioni: si smette, ad esempio, di prendere il treno, l’autobus, di viaggiare in auto, di frequentare determinati luoghi… .
  • L’ipocondria: “paura delle malattie”, nel caso del panico si sviluppa in seguito alla ricerca di comprendere cosa è successo dopo il primo attacco, solitamente la persona si sottopone ad una serie di accertamenti specifici tentando di comprendere quale potrebbe essere l’origine, la diagnosi però è sempre negativa, l’ansia anticipatoria però porta la persona a vivere in modo conflittuale tutte le conferme di buona salute, i sintomi dell’ansia comportano effetti che sono molto simili a quelli di altre malattie (il dolore al braccio sarà sicuramente il cuore, il mal di stomaco sarà sicuramente indice di un tumore…); si comincia a temere la presenza di una malattia nascosta, di difficile decifrazione, si fa sempre più forte la convinzione che la causa della malattia sia fisica e, di conseguenza, ci si comporta con sempre maggiore tensione rinforzando l’effetto fisico dei sintomi dell’ansia.
  • L’agorafobia: “paura degli spazi aperti”. Il timore costante che si scateni un nuovo attacco porta la persona ad essere perennemente in ansia, preoccupandosi di cosa potrà accadergli e a cominciare ad “evitare”. Si evitano i luoghi affollati, gli spazi stretti (ascensori, gallerie…), si evita l’utilizzo di veicoli chiusi e tutto ciò che nella memoria rievoca la possibilità di un ambiente dove possa mancare l’aria e da dove non si riesca a fuggire. Spesso si ricerca un accompagnatore che possa aiutare in caso di bisogno, salvo poi non poterne più fare a meno; in alcuni casi la persona arriva a non uscire più di casa. 


mercoledì 22 gennaio 2014

Bambini e ansia

“Se il mondo esterno è percepito come ostile, quando ci si sente indifesi, rischiare di dare fastidio agli altri sembra un’autentica imprudenza.” _ Horney

















Il numero di bambini e adolescenti che oggi manifestano disturbi d’ansia tali da giustificare una tale diagnosi ha raggiunto livelli molto alti, da allarme sociale: otto bambini su cento in età evolutiva presentano un problema d’ansia.
In particolari momenti dello sviluppo, come ad esempio nella separazione dei genitori, la presenza dell’ansia è normale e prevedibile, diventa un problema più serio se la sua presenza va ad interferire con le normali attività quotidiane, come l’andare a scuola o lo stare con i coetanei.
I sintomi più comuni con cui si manifesta nei bambini più piccoli il disturbo d’ansia sono la cefalea, il vomito i dolori addominali, enuresi notturna, crisi di pianto… gli esempi più comuni dell’ansia infantile sono il terrore notturno e la fobia della scuola; nei bambini più grandicelli, 12/13 anni, invece si possono notare atteggiamenti di continua richiesta, crisi di collera e alterazioni del comportamento.
Il disturbo si può manifestare all’interno della famiglia e delle relazioni scolastiche ed extrafamiliari o rimanere circoscritto alle relazioni endofamiliari non andando ad intaccare la sfera sociale e scolastica. Nel primo caso sono bambini con scarsa autostima, poco vitali, preoccupati per i cambiamenti con diverse difficoltà nell’inserirsi nelle situazioni scolastiche ed extrascolastiche, mentre nel secondo caso i bambini presentano un livello di autostima oscillante e un funzionamento sociale a volte adeguato a volte conflittuale e l’ansia viene spesso confusa con un tratto del carattere.
I principali e più frequenti disturbi d’ansia in età evolutiva sono:

·         Disturbo d’ansia di separazione: è un disturbo che si manifesta per la prima volta in bambini e adolescenti, si manifesta con una reazione di spavento quando sono separati dalle figure di riferimento (genitori, nonni…). Normalmente questo disturbo accompagna le situazioni di perdita e rappresenta un passaggio importante per la crescita del bambino che viene gradualmente superata con il progredire dei processi cognitivi e l’acquisizione della sicurezza emozionale, di solito compare intorno ai 5/6 mesi e perdura fino ai 14/20 mesi scomparendo gradualmente. L’ansia da separazione diventa un disturbo quando i sintomi sono eccessivi e durano a lungo nel tempo, il bambino si presenta come eccessivamente nostalgico quando si trova lontano da casa e manifesta un’intensa paura di non ritrovare i genitori.
·         Fobie specifiche: in cui prevale uno stato d’ansia elevato provocato dall’esposizione a oggetti o situazioni temute (cani, gatti, ospedale,…), con  il conseguente instaurarsi di un comportamento di evitamento.
·         Fobia sociale: si manifesta con uno stato d’ansia importante determinata dall’esposizione a certe situazioni sociali (feste, contatti con bambini o adulti estranei…), anche in questo caso si può innescare un comportamento di evitamento.
·         Disturbo d’ansia generalizzato: è caratterizzato dalla presenza, per un periodo di almeno sei mesi, di uno stato di ansia e preoccupazione eccessive (paura di sbagliare in ogni attività che svolge, tende a mantenersi in disparte per il timore di non riuscire, lamenta spesso mal di testa o altro durante le lezioni…).

Il bambino ansioso presenta uno stile cognitivo in cui predominano l’insicurezza nelle proprie capacità, l’indecisione nelle proprie scelte e l’incertezza nelle proprie valutazioni e uno stile relazionale in cui si manifesta diffidenza e/o paura nei confronti degli altri e paura di essere abbandonato. L’ansia in età evolutiva può essere diffusa o focalizzata, può essere proiettata su tutto l’universo oppure essere indirizzata sul mondo sociale, può avere come “teatro” il corpo oppure la mente.
Un aiuto per aiutare i bambini  ad evitare che insorgano gravi fenomeni d’ansia nei piccoli è quello di cercare di valorizzare tutti i luoghi e le attività di socializzazione dei bambini, e quindi la scuola, lo sport, le attività extrascolastiche… . I genitori non dovrebbero mai farsi travolgere dai sensi di colpa nei confronti dei figli, è altresì importante che gli adulti sappiano dire di “no” al momento giusto, quei “no” utili a favorire lo sviluppo della personalità dei bambini,  superando il timore di essere troppo severi. Un’altra cosa importante per il genitore è controllare (e nel caso “curare”) le proprie ansie, spesso infatti la trasmissione diretta è molto frequente e pericolosa; infine mantenere uno stile educativo coerente, dare risposte uguali per comportamenti simili è molto importante per evitare lo sviluppo dell’ansia.






sabato 21 dicembre 2013

Corso di Rilassamento Muscolare Progressivo di Jacobson



Giovedì 16 gennaio 2013 dalle ore 18 alle ore 19
sarà possibile partecipare ad un incontro gratuito di informazione e presentazione del corso.

L'incontro si terrà presso lo Studio di Psicologia e Psicoterapia in via Spano, 6/5 a Torino

Per partecipare è necessaria la prenotazione chiamando il numero +39 340.58.78.583 o inviando una mail a loi@studiopsicologia.torino.it

giovedì 5 dicembre 2013

La Palestra dell'Autostima

Laboratorio per bambini tra i 6 e gli 11 anni

Sede:

Studio di Psicologia e PsicoterapiaVia Spano, 6/5  Torino


Per maggiori info e prenotazioni:


Dott.ssa Elisabetta Loi
Cell. +39 340.58.78.583

Dott.ssa Marinella Magnani
Cell. +39 349.67.99.434




Il gruppo, guidato dalle psicologhe, potrà essere costituito da un numero massimo di 8 bambini.

    Giocare offre ai bimbi un’ampia gamma di possibilità per acquisire e consolidare le proprie  capacità
    cognitive, emozionali e le abilità sociali. Le attività ludiche proposte sono strutturate con la finalità di dare       ampio spazio ai giochi non competitivi, ovvero quelli in cui il gioco è divertente in quanto tale e non               perché correlato ad un’eventuale vittoria.  In questa fascia d’età i bambini hanno, infatti, bisogno di              sviluppare prima di tutto un adeguato livello di flessibilità, di competenza ed autoefficacia emotiva,                 caratteristiche che sono fortemente sollecitate  proprio dalle attività di tipo non competitivo.

      Attraverso questi giochi i bambini potranno sviluppare:

·         la motivazione,
·         le capacità critiche,
·         l’autonomia,
·         la fiducia,
·         l’espressione di sé,
·         l’autoaccettazione,
·         la “resilienza emotiva”,
·         la capacità di osservazione,
·         la cooperazione con il gruppo,
·         la comprensione delle regole,
·         la riduzione dell’impulsività,
·         le abilità di problem – solving,
·         la capacità di rispettare i turni e tollerare l’attesa,
              l’abilità nel seguire istruzioni complesse


 Come si svolge in pratica  l’attività?                                                  

Sebbene ognuna delle attività proposte agisca su diversi aspetti contemporaneamente, i giochi che utilizzeremo sono ricompresi in diverse categorie:


  • ·         esercizi di preparazione
  • ·         i sette elementi di base di una sana autostima:

           - conoscenza di sé,
           - il Sé e gli altri,
           - l’accettazione di sé,
           - l’autonomia,
           - l’espressione di sé,
           - la fiducia in se stessi,
           - l’autoconsapevolezza
  • ·        esercizi di rilassamento e chiusura


Incontro gratuito di presentazione
dell'attività, rivolto ai genitori:

 Sabato 11 gennaio 2014
    
dalle 15.30 alle 16.30


Calendario incontri:

Sabato 1 febbraio 2014

Sabato 1 marzo 2014

Sabato 29 marzo 2014

Sabato 12 aprile 2014

Sabato 24 maggio 2014

dalle 15.30 alle 17.00
  

NB: A seconda della disponibilità sarà possibile partecipare anche a singoli incontri


Giochiamo con il Rilassamento

Laboratorio per bambini tra i 3 ed i 6 anni 
Sede:
Studio di Psicologia e
Psicoterapia
 Via Spano, 6/5 – Torino

Per maggiori info e prenotazioni:
  
Dott.ssa Elisabetta Loi
Cell. +39 340.58.

   Dott.ssa Marinella Magnani
Cell. +39 349.67.99.43478.583


  Il gruppo, guidato dalle psicologhe, potrà essere costituito da un numero massimo di 8 bambini.

Neanche i bambini sono risparmiati da tensione, affaticabilità, perdita d’interesse ed irritabilità: lo stress della vita moderna, in cui si trovano immersi sia a casa sia a scuola , può agire infatti negativamente sullo sviluppo delle capacità sensoriali, sul potenziale intellettivo del bambino e, più in generale, sulla sua serenità.
Dare perciò il giusto spazio al rilassamento, riconoscendolo come esigenza fondamentale dei piccoli significa permettere ai bambini di rigenerare ogni giorno e canalizzare correttamente le loro energie; li aiuta a mantenere l’attenzione e la concentrazione incrementando nello stesso tempo le loro capacità d’apprendimento, a favorire un aumento del benessere psicofisico (con un rafforzamento delle difese dell’organismo rispetto ad eventuali malattie) e del buonumore.


Il rilassamento aiuta il bambino a:

° recuperare la calma;
° imparare a controllare meglio impulsi e gesti;
° sciogliere le tensioni muscolari;
° conoscersi di più;
° concentrarsi su un compito;
° ricaricare le energie dopo il gioco;
° adattarsi più facilmente ai cambiamenti;
° migliorare le relazioni con gli altri;
° aumentare la flessibilità del corpo;
° sentirsi a proprio agio;
° esprimere meglio se stesso. 

 Come si svolge in pratica  l’attività

Le attività e le esperienze che proporremo ai bambini solleciteranno il corpo e, di volta in volta, i diversi sensi (vista, udito, olfatto e tatto). Considerando che per i più piccoli non è possibile rilassarsi restando completamente passivi ed immobili, e che è importante poterlo fare in maniera piacevole, utilizzeremo giochi che richiederanno un livello medio di attivazione. Questo permetterà ai bimbi di sentirsi coinvolti, e allo stesso tempo di non vivere il rilassamento come un’attività pesante.

I giochi che proponiamo 
  • ·       Giochiamo con i sensi
  • ·         Il corpo si muove
  • ·         Respiriamo!
  • ·         Giochiamo con il massaggio e l’automassaggio
  • ·         Cantiamo insieme
  • …e continuiamo a giocare!



 Incontro gratuito di presentazione dell'attività, rivolto ai genitori:

Sabato 11 gennaio 2014
   dalle 15.30 alle 16.30


Calendario incontri:

Sabato 18 gennaio 2014
Sabato 15 febbraio 2014
Sabato 15 marzo 2014
Sabato 5 aprile 2014
Sabato 10 maggio 2014

dalle 15.30 alle 17.00



NB: A seconda della disponibilità sarà possibile partecipare anche a singoli incontri




venerdì 29 novembre 2013

Corso di Rilassamento Progressivo di Jacobson_ Incontro informativo gratuito.



Molto spesso l’ansia e il disagio che sperimentiamo sono associati

ad un aumento della tensione muscolare, che si può localizzare in diversi punti specifici del corpo.

La partecipazione al corso permette di imparare a riconoscere e conseguentemente attenuare questa tensione attraverso l’utilizzo del Rilassamento Progressivo di Jacobson, metodo elaborato negli Anni ’30, che prevede l’esecuzione di una serie di esercizi. In tempi piuttosto brevi. Con la pratica costante si possono eliminare diversi disturbi, come la cefalea muscolo – tensiva.


Il corso base che propongo prevede CINQUE INCONTRI della durata di un’ora ciascuno, a cadenza settimanale presso: 

Studio di Psicologia e Psicoterapia
via Spano, 6/5 – Torino


Nel mese di gennaio sarà possibile partecipare ad un incontro gratuito  di informazione e presentazione del corso.


Il giorno e l’ora dell’incontro informativo corrisponderanno a quello in cui verrà successivamente eseguito il corso.


Per partecipare è necessaria la prenotazione:


Dott.ssa Elisabetta Loi _ giovedì 16 gennaio 2014  dalle 18 alle 19


Cell. +39 340.58.78.583 – loi@studiopsicologia.torino.it


martedì 26 novembre 2013

A.D.H.D, Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività


Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, ADHD, è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo che comprende difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività. Questi problemi insorgono dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento rispetto al trascorrere del tempo, agli obiettivi da raggiungere e alle richieste ambientali.  Circa il 4% della popolazione pediatrica è affetta dalla Sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Il disturbo si manifesta nella prima infanzia principalmente con due classi di sintomi: un evidente livello di disattenzione e una serie di comportamenti che denotano iperattività e impulsività.                                              
L’ADHD non può essere considerato né una fase normale dello sviluppo del bambino né il risultato di una disciplina educativa non efficace, l’ADHD è un vero problema per il bambino, per la famiglia e per la scuola che si trovano impreparati a gestire il comportamento del piccolo.
I sintomi associabili alla disattenzione si ritrovano soprattutto in bambini che, rispetto ai propri coetanei, presentano evidenti difficoltà a mantenere l’attenzione e a lavorare su uno stesso compito per un periodo di tempo prolungato. I bambini non riescono a seguire le istruzioni, sono disorganizzati e distratti nello svolgere le varie attività, non riescono a concentrarsi e a svolgere i compiti in modo ordinato passando da un’attività all’altra senza portarne a termine nessuna.
I bambini con disturbo ADHD parlano senza controllare l’intensità della voce, interrompono persone che parlano, giocano in modo molto rumoroso; genitori e insegnanti li descrivono come sempre in movimento e incapaci di aspettare il proprio turno. La reazione delle altre persone davanti al comportamento del bambino iperattivo è inizialmente quella d’ignorare l’irrequietezza, le frequenti interruzioni dei discorsi degli adulti e l’infrazione delle comuni regole sociali; ci sarà poi il tentativo di mettere esse stesse un freno all’eccessiva “esuberanza” del bambino, non riuscendoci concluderanno che il bambino sia maleducato e che sarebbe necessaria una maggiore disciplina e qualche punizione.
Da diversi anni i ricercatori che si occupano di ADHD hanno iniziato ad evidenziare sintomi e cause ed hanno scoperto che il disturbo potrebbe avere una causa genetica. Attualmente si sta chiarendo che l’ADHD non è un disturbo dell’attenzione in sé, ma nasce da un difetto evolutivo nei circuiti cerebrali che sono alla base dell’autocontrollo e dell’inibizione. Questa mancanza di autocontrollo pregiudica di conseguenza altre funzioni cerebrali necessarie al mantenimento dell’attenzione tra le quali la capacità di posticipare la gratificazione immediata in vista di un successivo e maggiore vantaggio.
L’ADHD non è un problema raro, ma risulta essere, nell’ambito  dei problemi di condotta, una delle principali problematiche che  non si risolve con l’età; contrariamente a quanto si riteneva un tempo la sindrome può persistere in età adulta, i sintomi migliorano perché il bambino crescendo impara a gestirli e con l’aiuto delle figure di riferimento, psicologi, medici, insegnanti…ha buone probabilità di diventare un adulto sano ed equilibrato.                                           
Le aree di intervento includono: la diminuzione dell’impulsività e l' aumento della gestione della collera, l'insegnamento di tecniche non aggressive nella risoluzione dei problemi,  il miglioramento della stima di sé stessi, rendere più serene  le relazioni tra pari, per le quali può essere indicato un training per le abilità sociali. 
Il trattamento ideale per l’ADHD è di tipo multimodale, cioè un trattamento che implica il coinvolgimento di scuola, famiglia e bambino stesso.

venerdì 15 novembre 2013

DSA...conoscerli e riconoscerli per affrontarli!!

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono un gruppo eterogeneo di disturbi che si manifestano
nell'acquisizione delle abilità scolastiche e che interessano uno specifico dominio di abilità (lettura, scrittura, calcolo) in modo importante ma circoscritto lasciando il funzionamento intellettivo generale intatto. Fondamentale per formulare una diagnosi di DSA è il criterio della discrepanza tra le abilità nel dominio interessato (deficitaria in rapporto alle attese per l’età e la classe frequentata) e l’intelligenza generale che risulta adeguata per l’età  cronologica.

Per discrepanza si intende:
_ la compromissione significativa di un’abilità specifica;
_ il livello intellettivo generale deve risultare nella norma rispetto ai valori attesi per l’età;

I DSA sono disturbi di origine neurobiologica e possono essere variamente articolati. Dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia rendono piuttosto difficoltoso il percorso scolastico del bambino.     Già dall’età prescolare, tra i tre i cinque anni quindi, è possibile iniziare ad osservare se il bambino manifesta delle difficoltà che potrebbero poi evolvere in dsa: in questa fascia d’età ci sono alcune abilità specifiche, i cosiddetti prerequisiti, che i bambini dovrebbero aver acquisito, e sono:
  • Abilità di tipo esecutivo ovvero competenze relative alla scrittura: come esegue il segno grafico, com’è la coordinazione visuo-motoria e la capacità d’orientamento nello spazio (il muoversi e la capacità di gestire lo spazio nel foglio);
  • Abilità di tipo costruttivo il bambino deve cioè, prima di imparare a leggere e scrivere, sapere quanti e quali elementi costituiscono la parola, come sono ordinati e come si rappresentano.


Questi pre-requisiti che dovrebbero essere interiorizzati dal bambino in età prescolare riguardano quattro ambiti specifici:

1.     Linguaggio e abilità fonologiche e metafonologiche: articolazione dei suoni che costituiscono le parole, denominazione di figure e oggetti comuni, strutturazione di frasi composte da soggetto/verbo/complemento, racconto di un evento vissuto, individuazione di parole che iniziano con la stessa lettera…
2.   Coordinazione: impugnatura corretta della matita, colorazione di disegni, non presentare una marcata goffaggine, non presentare difficoltà marcate nella motricità fine.
3. Tempi di reazione: rispondere ad una richiesta in tempi non eccessivamente lunghi.
4.     Memoria: riuscire a ricordare il proprio indirizzo, la propria età, il nome dei compagni e amici di classe, ricordare dove ha messo un oggetto, ricordare semplici istruzioni.

La Dislessia è una difficoltà a leggere in modo corretto e fluente, ma anche nella comprensione dei testi e dei numeri e nella memorizzazione, può essere di grado lieve, medio o severo.
 Ci sono due tipi di dislessia (definizione della Orton Dyslexia Society, 1977):
  • la dislessia evolutiva si manifesta in età scolare, nei primi anni in cui inizia l’apprendimento scolastico; è di natura genetica e congenita, è un disturbo specifico su base linguistica, caratterizzata da difficoltà nella decodifica di parole singole non attribuibile a un disturbo generalizzato dello sviluppo o a una menomazione sensoriale.
  • la dislessia acquista che si manifesta prevalentemente negli adulti e si instaura in seguito a lesioni che provocano difficoltà nella normale abilità di lettura o in aspetti ad essa collegati.


Un disturbo della letto scrittura isolato può comportare difficoltà in matematica, più o meno importanti a seconda del grado di dislessia e della classe frequentata dal bambino.
Un bambino con dislessia non ha un rapporto “naturale” con l’apprendimento che avviene attraverso l’uso della parola: per imparare ai bimbi con dislessia non basta l’ascolto, necessitano di spiegazioni che utilizzino l’esempio concreto e la sperimentazione. I bambini con dislessia spesso hanno presentato difficoltà di linguaggio nei primi tre anni di vita: bambini che hanno iniziato a parlare intorno ai due anni, bambini che hanno imparato a parlare intorno al primo anno, ma che poi hanno mantenuto un linguaggio povero o non hanno mai pronunciato bene le parole.  L’utilizzo del linguaggio è alla base delle attività scolastiche ed è per questo che in alcuni casi i problemi di dislessia sembrano “nascere” durante gli anni della scuola Primaria, in realtà, la scuola mette in evidenza problematiche già presenti.
Il bambino con dislessia, di solito, anche quando parla tende ad utilizzare parole diverse tra loro credendo significhino la stessa cosa, dimostra poco interesse a parlare in maniera corretta e fatica a imparare il linguaggio specifico delle varie materie. Non memorizza con facilità parole nuove ed è più lento a ricordare l’alfabeto oppure non lo impara del tutto. Quando ascolta, il bambino può non comprendere del tutto il senso di ciò che viene detto, è come se il modo di parlare altrui risultasse troppo complesso, soprattutto se ci sono pochi esempi legati al contesto reale nel discorso.
L’ascolto di un racconto che viene letto da qualcuno invece è diverso rispetto all’ascoltare un discorso. Il racconto ha un ritmo ed una punteggiatura che lo ordinano e quindi ne facilitano la comprensione.

La Disgrafia è un disturbo non verbale che coinvolge la scrittura di parole e di numeri e l’uso del segno grafico in misura lieve, media o severa. Il bambino con disgrafia spesso risulta impacciato anche nello svolgere compiti di motricità fine, può essere poco organizzato nella gestione del materiale e nel lavoro da svolgere in autonomia, anche intorno ai 10 o 11 anni. Il bambino con disgrafia può avere difficoltà nella scrittura dei numeri e nell’incolonnamento di cifre anche in assenza di altri disturbi. Questi bimbi si trovano in difficoltà anche quando devono disegnare figure o grafici: fanno molta fatica e si rendono conto che il risultato del lavoro a livello estetico è scadente.  La prestazione sul piano grafico può migliorare nel tempo solo grazie all’intervento di figure esperte.

La Discalculia è il disturbo nell’apprendimento del sistema dei numeri e dei calcoli, essa si presenta associata alla dislessia anche se, in casi piuttosto rari, si manifesta in modo isolato nei bambini.
Con il termine Discalculia si fa riferimento ad un disturbo specifico del sistema numerico e di calcolo in assenza di lesioni neurologiche e di problemi cognitivi più generali; si manifesta quindi nonostante un’istruzione normale, un’intelligenza adeguata, un ambiente culturale e familiare favorevole. La Disgrafia comprende difficoltà nell’acquisizione di abilità semplici come la scrittura e la lettura dei numeri e il sistema di calcolo (la memorizzazione delle tabelline, l’esecuzione di procedure di calcolo…)

La discalculia si suddivide in:
  •  discalculia primaria, cioè il  disturbo delle abilità numeriche ed aritmetiche;
  •  discalculia secondaria che si presenta in associazione ad altri problemi nell'apprendimento, quali dislessia, disgrafia…


I bambini discalculici commettono più frequentemente errori nell'identificazione dei numeri e nella loro scrittura, nel riconoscere le unità che compongono un numero, nell'identificare i rapporti fra le cifre che compongono il numero, nello scrivere i numeri sotto dettatura, nel numerare progressivamente, nello svolgere le quattro operazioni matematiche, nell'associare ad una quantità il numero corrispondente, nell'imparare il significato dei segni, nell'imparare le regole dei calcoli, nell'organizzazione spazio-temporale e visuo-spaziale, nello svolgere compiti in sequenza… .



La vita scolastica di chi presenta un Disturbo dell’Apprendimento può essere piuttosto difficoltosa a scuola come a casa. Per affrontare i DSA al meglio è importante e necessario che la diagnosi sia fatta tempestivamente (indicativamente dalla seconda, terza elementare) e che vengano conseguentemente attivati tutti gli aiuti utili e poi è fondamentale ci sia un lavoro sinergico tra gli specialisti, la scuola e le famiglie.

domenica 3 novembre 2013

SONO PICCOLO MA……………………………………..MI STRESSO ANCH’IO!!!

Stress”, oggi un termine di cui si abusa, comprende una serie di sintomi fisici e stati emotivi che hanno effetti sulla salute fisica e sul benessere psichico dell’individuo. Fino a non molto tempo fa si riteneva che lo stress interessasse solo ed esclusivamente gli adulti, successivamente poi diversi studi hanno dimostrato che lo stress appartiene sempre di più anche ai bambini che spesso presentano malattie e problemi emotivi riconducibili ad esso; lo chiamano oggi “stress infantile”, nonostante non esista ancora nessuno studio specifico in materia, colpisce bambini di ogni età, città ed estrazione sociale..
Mentre gli adulti in genere possiedono gli strumenti  per far fronte alle eccessive richieste provenienti dall’ambiente esterno i bambini, al contrario, non hanno gli strumenti per adattarsi allo stress. 
Lo stress si manifesta in modi diversi e ogni bambino presenta una costellazione di sintomi individuale; alcuni bambini si adeguano facilmente a tabelle di marcia serrate e ad intense competizioni scolastiche o sportive, altri tendono, invece, ad abbattersi per eventi di portata minore  come un brutto voto (Sullivan, 2002).  Molti bambini oggi manifestano malattie adulte legate allo stress come depressione e incapacità a far fronte alle difficoltà della vita quotidiana; i piccoli non sono in grado di dare un nome a ciò che provano e così spesso i sintomi vengono classificati come semplici malesseri o problemi emotivi. Riconoscere i sintomi non è facile per un genitore impreparato poiché possono essere facilmente confusi con comportamenti tipici dell’infanzia. I segnali fisici che possono, in certi casi, far scattare un campanello d’allarme ci sono dolori addominali ingiustificati, improvvisi mal di testa, problemi con il sonno, tics, episodi improvvisi di balbuzie…tutti questi sintomi sono spesso associati, sul piano psicologico, ad una progressiva perdita di fiducia in se stessi, a difficoltà scolastiche e/o nel rapporto con i coetanei.
Quali sono le principali cause di stress per i piccoli? Tra le principali cause viene generalmente indicata la scuola con la paura di non essere all’altezza, la paura di non venire accettati dai compagni…, ci sono poi tutta una serie di difficoltà e problemi quotidiani come le discussioni con mamma e papà, i numerosi ed eccessivi impegni giornalieri a cui i nostri bimbi devono sempre più far fronte, la tendenza dei genitori a sopravvalutare le capacità dei propri figli e la conseguente tendenza a pretendere da loro più di quanto essi siano in grado effettivamente di fare con il rischio di farli sentire inadeguati nella maggior parte delle situazioni che sono costretti ad affrontare.
Per riuscire ad affrontare quello che può essere definito un problema per l’infanzia la cosa migliore è, forse, cercare di comprendere quali potrebbero essere le cause che provocano quell’attanagliante sensazione d’angoscia nel bambino e intervenire, per iniziare, su quelle ricordandosi che i bambini non sono e non vanno quindi trattati come piccoli uomini e che esercitare su di loro pressioni eccessive (a scuola, nello sport, a casa, nel rapporto con gli altri) è controproducente e sul lungo periodo può diventare dannoso.